Lettera del Consigliere per la Stampa e l'Informazione P. Cascella al Direttore di Matrix, dott. E. Mentana e resa pubblica nel corso della trasmissione del 19 ottobre 2007
Non vorrei che l'intervista al sen. Francesco Storace, nel corso di "Matrix" di mercoledì, ingenerasse nei telespettatori un equivoco.
C'è una sostanziale differenza tra la libertà di critica politica, che è fuori discussione, e l'arbitrio dell'offesa e dell'insulto, di cui il Capo dello Stato è stato oggetto non tanto o non solo come persona ma in quanto titolare della massima istituzione rappresentativa della Repubblica.
La registrazione video-audio dell'incontro al Quirinale tra il Presidente Napolitano e i giovani premiati di Green Cross, l'associazione di cui la senatrice a vita Rita Levi Montalcini è Presidente onorario, documenta che il Capo dello Stato ha qualificato come "indegno" non una persona ma un comportamento. Testualmente: "Mancare di rispetto, infastidire, tentare di intimidire la senatrice Levi Montalcini, che ha fatto e fa onore all'Italia, è semplicemente indegno".
Non corrisponde al vero, dunque, che il sen. Storace abbia "risposto con un aggettivo a un aggettivo rivoltogli dall'arbitro", o che - sempre come lo stesso parlamentare ha sostenuto a "Matrix" - che il Capo dello Stato si sia "permesso di dare la patente di indegnità ad un Senatore che non l'ha votato e che solleva un problema politico".
E' vero, invece, che nel blog Internet del sen. Storace sono apparsi, nel tempo, diversi commenti ad alcuni giudizi politici espressi dallo stesso parlamentare nei confronti della senatrice Montalcini: commenti con un carattere manifestamente intimidatorio ("L'indirizzo lo conosciamo, le stampelle vogliamo dargliele personalmente") e persino di segno antisemita (""E' irritante, di profilo anche più odiosa", "Che ci fa al Senato? Le darei un incarico politico nel ghetto"). Il sen. Storace avrebbe potuto esercitare la sua influenza per correggere quelle espressioni ingiuriose e minacciose. Non l'ha fatto. Non ha preso le distanze, prima, nel suo blog, né, poi, le ha stigmatizzate nelle dichiarazioni con cui ha immediatamente e violentemente reagito al richiamo di principio del Capo dello Stato, che non aveva neppure fatto il suo nome. Solo nel corso della trasmissione il sen. Storace è sembrato distaccarsene, ma senza trarne le conseguenze. Che avrebbero dovuto, semmai, portare a riconoscersi nell'obbiettivo rilievo del Capo dello Stato dell'indegnità di certi comportamenti. Invece, ha distorto le parole del Presidente Napolitano per scagliare un'offesa di indegnità sulla stessa figura e sul ruolo istituzionale del Capo dello Stato.
Questi sono i fatti nudi e crudi, su cui è intervenuta l'iniziativa giudiziaria. E qui mi fermo, per il dovuto riconoscimento all'autonomia della magistratura. Debbo soltanto rilevare che dal 1993 la Presidenza della Repubblica ha posto termine alla prassi, invalsa fino a quel momento, di un pronunciamento preventivo dell'istituzione colpita sulle richieste di autorizzazione a procedere per il reato di offesa all'onore e al prestigio del Capo dello Stato, lasciando la decisione in questione alla piena autonomia del Ministro della Giustizia sulla base di quanto prescritto dall'articolo 313 del Codice penale.
Roma, 18 ottobre 2007
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C'è una sostanziale differenza tra la libertà di critica politica, che è fuori discussione, e l'arbitrio dell'offesa e dell'insulto, di cui il Capo dello Stato è stato oggetto non tanto o non solo come persona ma in quanto titolare della massima istituzione rappresentativa della Repubblica.
La registrazione video-audio dell'incontro al Quirinale tra il Presidente Napolitano e i giovani premiati di Green Cross, l'associazione di cui la senatrice a vita Rita Levi Montalcini è Presidente onorario, documenta che il Capo dello Stato ha qualificato come "indegno" non una persona ma un comportamento. Testualmente: "Mancare di rispetto, infastidire, tentare di intimidire la senatrice Levi Montalcini, che ha fatto e fa onore all'Italia, è semplicemente indegno".
Non corrisponde al vero, dunque, che il sen. Storace abbia "risposto con un aggettivo a un aggettivo rivoltogli dall'arbitro", o che - sempre come lo stesso parlamentare ha sostenuto a "Matrix" - che il Capo dello Stato si sia "permesso di dare la patente di indegnità ad un Senatore che non l'ha votato e che solleva un problema politico".
E' vero, invece, che nel blog Internet del sen. Storace sono apparsi, nel tempo, diversi commenti ad alcuni giudizi politici espressi dallo stesso parlamentare nei confronti della senatrice Montalcini: commenti con un carattere manifestamente intimidatorio ("L'indirizzo lo conosciamo, le stampelle vogliamo dargliele personalmente") e persino di segno antisemita (""E' irritante, di profilo anche più odiosa", "Che ci fa al Senato? Le darei un incarico politico nel ghetto"). Il sen. Storace avrebbe potuto esercitare la sua influenza per correggere quelle espressioni ingiuriose e minacciose. Non l'ha fatto. Non ha preso le distanze, prima, nel suo blog, né, poi, le ha stigmatizzate nelle dichiarazioni con cui ha immediatamente e violentemente reagito al richiamo di principio del Capo dello Stato, che non aveva neppure fatto il suo nome. Solo nel corso della trasmissione il sen. Storace è sembrato distaccarsene, ma senza trarne le conseguenze. Che avrebbero dovuto, semmai, portare a riconoscersi nell'obbiettivo rilievo del Capo dello Stato dell'indegnità di certi comportamenti. Invece, ha distorto le parole del Presidente Napolitano per scagliare un'offesa di indegnità sulla stessa figura e sul ruolo istituzionale del Capo dello Stato.
Questi sono i fatti nudi e crudi, su cui è intervenuta l'iniziativa giudiziaria. E qui mi fermo, per il dovuto riconoscimento all'autonomia della magistratura. Debbo soltanto rilevare che dal 1993 la Presidenza della Repubblica ha posto termine alla prassi, invalsa fino a quel momento, di un pronunciamento preventivo dell'istituzione colpita sulle richieste di autorizzazione a procedere per il reato di offesa all'onore e al prestigio del Capo dello Stato, lasciando la decisione in questione alla piena autonomia del Ministro della Giustizia sulla base di quanto prescritto dall'articolo 313 del Codice penale.
Roma, 18 ottobre 2007
