Messaggio di fine anno del Presidente Ciampi agli italiani
COMUNICATO
L'Ufficio Stampa della Presidenza della Repubblica rende noto il testo del
messaggio di fine anno agli italiani del Presidente della Repubblica Carlo
Azeglio Ciampi:
Care Italiane, cari Italiani,
eccomi giunto al mio terzo appuntamento di fine anno con voi. Voglio
anzitutto rivolgervi un augurio sincero di buon anno: un augurio a voi che
vivete in Patria, e a tutte le comunità di Italiani all'estero, che come noi
hanno nel cuore l'Italia. Il mio pensiero augurale va in particolar modo agli
Italiani d'Argentina, e all'Argentina in crisi: possa questo grande Paese, che
sentiamo a noi così vicino, ritrovare presto la strada della serenità e del
progresso. Quando ho cominciato a pensare a ciò che volevo dirvi, mi sono
subito venuti alla mente due eventi, di natura e di significato opposti. Uno sta
per compiersi: fra poche ore, in dodici Paesi dell'Unione Europea, comincerà a
circolare la stessa e unica moneta, l'euro. Stiamo per dire addio alla lira, con
nostalgia, nel ricordo soprattutto di quanto ha significato per l'unità
d'Italia dalla sua nascita nel 1862, allorché sostituì le diverse monete che
circolavano negli stati italiani pre-unitari. Fu uno strumento, un vincolo
dell'unità d'Italia. Ora nasce l'euro. E' la prima volta nella storia che, per
libera scelta, non per imposizione a seguito di conquiste territoriali o di
eventi straordinari, un così numeroso gruppo di Paesi, nei quali vivono oltre
300 milioni di persone, si dà una moneta unica. Al di là di ogni
considerazione economica, è un grande segno di pace; è la prova concreta,
definitiva, dell'impegno solenne assunto dai popoli europei di vivere insieme.
L'altro evento che ho nella mente è fissato in un'immagine tragica: i due
aerei dirottati e fatti esplodere contro le torri gemelle di New York; i
grattacieli che crollano seppellendo migliaia di innocenti.
Un atto di barbaro terrorismo. E' un'immagine che non dimenticheremo, che non
dobbiamo dimenticare. Ma non deve diventare il nostro incubo; ci deve tener
sempre vigili nel difendere la civiltà. Quel drammatico 11 settembre -
l'aggressione crudele a un Paese amico, gli Stati Uniti d'America, dove vivono
milioni di Italiani o discendenti di Italiani che hanno contribuito a farlo
grande col loro lavoro - ha riportato di colpo al nostro orizzonte lo spettro
della guerra.
Nell'animo di un uomo della mia generazione, la parola guerra fa riaffiorare,
molti ricordi. A cominciare dall'estate del 1939: lo scoppio della seconda
guerra mondiale. Vissi quell'estate, insieme con giovani di tanti Paesi
d'Europa, all'università di Bonn in Germania. Studiavamo il tedesco. A me
doveva servire - avevo diciannove anni - per approfondire la conoscenza della
filologia classica, la disciplina che avevo scelto. La mattina, giovani
coetanei, francesi, italiani, belgi, inglesi, frequentavamo l'Università. Nel
pomeriggio ci si ritrovava sulle rive del Reno, anche con amici tedeschi.
Parlavamo, con un misto di incredulità e di turbamento, con la spensieratezza
dei vent'anni, della tempesta che stava per scoppiare sulle nostre teste, che
avrebbe potuto portarci a combattere gli uni contro gli altri. E accadde
l'irreparabile. Coloro che ebbero la fortuna di sopravvivere - e non
dimenticheremo mai i volti dei compagni caduti nella giovinezza - fecero nei
loro cuori un giuramento: mai più guerre tra noi. Nei nostri animi si accese
una passione che non si è più spenta. E' la passione che ha generato l'Unione
Europea.
Alla base del suo successo sta il principio che ispirò la prima creazione
comunitaria, la Comunità del Carbone e dell'Acciaio: mettere in comune,
anziché spartire. Allora furono messi in comune il carbone e l'acciaio: ora,
con l'euro, la moneta. Si rinuncia a parti di sovranità nazionale, per
acquisire insieme una nuova sovranità, la capacità di governare insieme il
nostro destino comune. Fatto l'euro, l'integrazione europea andrà avanti.
Integrazione, a qual fine? Per contare di più. Le vicende che viviamo ci dicono
che nel mondo c'è più bisogno d'Europa. L'Europa unita è già oggi, ma deve
diventare ancor più in avvenire, una grande forza di pace, per sé e per tutti
i popoli. Per esserlo, l'Unione Europea deve trasformarsi in un soggetto
politico unitario. Deve poter parlare con una sola voce sui grandi problemi.
Deve operare per la crescita di un sistema di istituzioni di governo mondiale.
In questi ultimi anni Europei, Americani, Russi abbiamo lavorato insieme nei
Balcani, dove odi insensati avevano fatto esplodere conflitti, creando una
minaccia gravissima per tutti. C'erano stati massacri, deportazioni di interi
popoli. Per porre fine a quelle tragedie, per proteggere i perseguitati, per
permettere loro di ritornare alle loro case, non esitammo a impiegare le nostre
Forze Armate. Non c'era altra scelta.
Possiamo essere orgogliosi di ciò che hanno fatto e fanno, in Albania, in
Bosnia, nel Kosovo, in Macedonia, in Eritrea, i nostri ragazzi in uniforme, e i
nostri volontari civili, impegnati in opere a favore dei profughi, dei più
deboli. Siamo orgogliosi dello spirito con cui gli uni e gli altri hanno svolto
e svolgono il loro compito, riuscendo a farsi stimare perché sono portatori di
pace. Lo sono anche le unità ora destinate all'Afghanistan, impegnate nel
quadro di una missione internazionale in un compito difficile, ma necessario:
aiutare a ricostruire uno Stato nella legalità. A tutti i nostri militari e
volontari nel mondo va il mio fervido augurio.
Oggi, dopo l'11 settembre, non dobbiamo esitare a combattere un nemico
particolarmente insidioso, una rete terroristica internazionale, ispirata da un
fanatismo irrazionale. Questa lotta non giungerà al pieno successo, se affidata
soltanto alle armi. E' necessario il sostegno concorde dei popoli. Essi chiedono
una maggiore giustizia, per ridurre le enormi disuguaglianze che caratterizzano
la società moderna. Il progresso, la cosiddetta globalizzazione, hanno
avvicinato l'umanità, nel tempo e nello spazio. Il confronto fra le condizioni
di vita dei popoli ricchi, e di quelli privi dei beni essenziali per la
sopravvivenza, si è fatto intollerabile. Se guardiamo la Terra dallo spazio,
con i nostri astronauti, ci sentiamo padroni del mondo. Ma la televisione ci
porta ogni giorno immagini, che ci sconvolgono, di guerra, di fame, di malattie.
E' necessario mobilitare tutte le nostre risorse per eliminare la miseria, fonte
di disperazione, terreno di coltura della violenza; così come per salvaguardare
l'ambiente, nell'interesse dell'intero genere umano. Oggi abbiamo i mezzi per
farlo, dobbiamo e possiamo farlo. L'Europa propone al mondo il principio del
dialogo: a cominciare da quello col mondo islamico, che ci è così vicino,
sull'altra sponda del Mediterraneo. E' necessario per il bene comune che si
parlino, in spirito di amicizia e di tolleranza reciproca, tutte le nazioni
della terra. Nel Medio Oriente, vi è una disperata necessità di dialogo fra
Israele e l'Autorità Nazionale Palestinese: senza dialogo, come si può sperare
di porre fine alla cieca spirale di sangue che lascia i popoli senza un futuro?
Toccano i nostri cuori le parole che il Papa rivolge all'umanità. Egli ha
invitato tutti "a mobilitare le migliori energie, perché l'amore prevalga
sull'odio, la pace sulla guerra, la verità sulla menzogna, il perdono sulla
vendetta". Al Santo Padre invio il mio saluto grato e augurale per il nuovo
anno. Insieme con lui respingiamo ogni idea di una guerra di religione. Una
siffatta guerra non c'è e non ci sarà; ripugna alle nostre coscienze,
contraddice il fondamentale principio che è il rispetto dei diritti di ogni
essere umano.
Vengo all'Italia. L'amore della libertà, la volontà di dialogo, sono i
principi ai quali si ispira l'idea di Stato che i padri della nostra Repubblica
hanno disegnato quando hanno scritto insieme, pur divisi com'erano da dissensi
politici, il testo della nostra Costituzione. La loro ispirazione veniva da
lontano, dalla nostra identità di popolo, come l'avevano costruita secoli e
millenni di una grande storia, che ha visto sempre l'Italia all'avanguardia
della civiltà. Nei due anni e mezzo trascorsi dalla mia elezione ho compiuto un
primo viaggio in Italia. Ne ho visitato oramai quasi tutte le regioni.
Continuerò, di Provincia in Provincia. E' un viaggio bellissimo: ne traggo
vigore, fiducia, orgoglio sempre più forte di essere italiano. Ovunque avverto,
nella ricchezza delle diversità delle nostre contrade, quel "sapore
d'Italia" che viaggiatori del presente e del passato hanno sempre
avvertito, che è natura, arte, lingua, cultura, modo di vita. Le radici
dell'italianità sono antiche. E' antica la nostra nazione. Ma le origini del
nostro Stato sono assai più vicine. Risalgono all'inizio dell'Ottocento,
allorché uno stuolo di uomini di pensiero, poeti, letterati, filosofi,
economisti, mossi da un grande amore per l'Italia, animati da un profondo senso
etico, da alti ideali e principi, diventarono anche uomini d'azione, e uomini di
stato. Quel movimento si pose chiari obiettivi: libertà; unità; indipendenza
della Patria, dell'Italia. Si diffuse e fu vissuto con intensa passione civile.
Si nutrì della consapevolezza delle radici profonde della nostra storia, della
nostra civiltà. Non a caso fu chiamato Risorgimento. L'Inno di Mameli divenne
l'inno della nazione italiana, l'inno del risveglio di un popolo.
I grandi del Risorgimento non fecero sogni di conquista. Sognarono l'unità e
la libertà d'Italia, e l'indipendenza di tutti i popoli. Vi è continuità fra
gli ideali del Risorgimento e la Costituzione Repubblicana, che l'Italia si è
data dopo avere riconquistato la libertà con la Resistenza. Così come vi è
continuità con la costruzione di un'Unione Europea che sia una Federazione di
Stati-Nazione.
Sono imprese grandi. Con esse noi, eredi dei padri fondatori dell'Italia e
dell'Europa, dobbiamo confrontarci. L'Italia è sempre stata ed intende rimanere
all'avanguardia nell'integrazione europea. Non possiamo sfuggire alle sfide che
la storia del Ventunesimo Secolo ci propone. Per preparare le nuove generazioni
ad affrontarle bene, accanto alla famiglia, che è l'istituzione base della
nostra società, deve operare una scuola capace di svolgere, con rinnovato
impegno, il suo ruolo insostituibile di servizio pubblico: una scuola volta a
formare i giovani, a prepararli ad assolvere responsabilmente i loro compiti di
cittadini, e a favorire il loro inserimento, operoso e creativo, in una società
che cambia ed avanza con tempi sempre più rapidi.
Ci guidano alcuni principi, che uniscono gli Italiani, al di là delle
diversità d'idee politiche. Siamo una democrazia parlamentare. Chi ha avuto la
maggioranza, abbia modo, governando, di dimostrare quanto vale, quanto sa fare
per il progresso del nostro popolo. Chi è minoranza eserciti con impegno e
responsabilità il compito indispensabile dell'opposizione: di controllo, di
critica, di proposta. Il dialogo fra le due parti, per essere costruttivo,
presuppone che nella maggioranza la disponibilità all'ascolto, attento e
aperto, della voce dell'opposizione, prevalga sulla tentazione di affidarsi
sbrigativamente al rapporto di forza parlamentare; e che nell'opposizione la
consapevolezza del diritto del Governo di portare avanti il proprio programma
prevalga sulla tentazione del ricorso sistematico all'ostruzionismo. Una
democrazia funziona bene se ciascuna istituzione esercita il proprio compito
rispettando i limiti delle proprie competenze. La separazione dei poteri, il
giudizio della Corte costituzionale sulla costituzionalità delle leggi, la
soggezione dei giudici esclusivamente alla legge, la neutralità e
l'imparzialità delle Pubbliche Amministrazioni, garantiscono la libertà di
tutti i cittadini. Il passaggio di funzioni dal governo centrale alle autorità
di governo regionali e locali avvicina le istituzioni ai cittadini, valorizzando
le autonomie. Questo passaggio deve avvenire razionalmente, al fine di
rafforzare, non indebolire, l'unità nazionale. La Repubblica è una e
indivisibile. Nel nostro ordinamento, il Presidente della Repubblica non ha, fra
i suoi compiti, quello di governare. Egli rappresenta l'unità nazionale; vigila
ed opera perché siano rispettati i principi costituzionali; ha il
diritto-dovere di consigliare. Avverto tutta la responsabilità di
rappresentarvi. Come guida, ho la Costituzione; le nostre tradizioni
democratiche; il giuramento prestato dinanzi ai rappresentanti eletti della
Nazione; la mia coscienza.
Cari Italiani, care Italiane,
gli innumerevoli incontri che ho avuto con voi, in Italia e all'estero, mi
danno fiducia, anche in un momento per tanti aspetti difficile per tutti. Ho
fiducia nell'Italia. Ho fiducia nel popolo italiano. Ho fiducia nelle
istituzioni che ci siamo liberamente date. E ho fiducia nell'Europa, la nostra
nuova Patria più grande, che stiamo costruendo. Ai giovani rivolgo un augurio:
continuate a sognare, a guardare lontano. E' un'abitudine che, dopo 81 anni, non
ho ancora perduto. Se siete convinti di avere un'idea giusta, per migliorare il
mondo in cui vivete, perseguitene la realizzazione, con tenacia, sempre nel
rispetto delle libertà di tutti. Tanti nostri sogni impossibili si sono
avverati. Così sarà dei vostri. A voi tutti, ovunque vi troviate, in Italia o
nel mondo, auguro di nuovo, con tutto il cuore - e all'augurio si unisce mia
moglie - un buon 2002.
Roma, 31 dicembre 2001
leggi tutto
L'Ufficio Stampa della Presidenza della Repubblica rende noto il testo del
messaggio di fine anno agli italiani del Presidente della Repubblica Carlo
Azeglio Ciampi:
Care Italiane, cari Italiani,
eccomi giunto al mio terzo appuntamento di fine anno con voi. Voglio
anzitutto rivolgervi un augurio sincero di buon anno: un augurio a voi che
vivete in Patria, e a tutte le comunità di Italiani all'estero, che come noi
hanno nel cuore l'Italia. Il mio pensiero augurale va in particolar modo agli
Italiani d'Argentina, e all'Argentina in crisi: possa questo grande Paese, che
sentiamo a noi così vicino, ritrovare presto la strada della serenità e del
progresso. Quando ho cominciato a pensare a ciò che volevo dirvi, mi sono
subito venuti alla mente due eventi, di natura e di significato opposti. Uno sta
per compiersi: fra poche ore, in dodici Paesi dell'Unione Europea, comincerà a
circolare la stessa e unica moneta, l'euro. Stiamo per dire addio alla lira, con
nostalgia, nel ricordo soprattutto di quanto ha significato per l'unità
d'Italia dalla sua nascita nel 1862, allorché sostituì le diverse monete che
circolavano negli stati italiani pre-unitari. Fu uno strumento, un vincolo
dell'unità d'Italia. Ora nasce l'euro. E' la prima volta nella storia che, per
libera scelta, non per imposizione a seguito di conquiste territoriali o di
eventi straordinari, un così numeroso gruppo di Paesi, nei quali vivono oltre
300 milioni di persone, si dà una moneta unica. Al di là di ogni
considerazione economica, è un grande segno di pace; è la prova concreta,
definitiva, dell'impegno solenne assunto dai popoli europei di vivere insieme.
L'altro evento che ho nella mente è fissato in un'immagine tragica: i due
aerei dirottati e fatti esplodere contro le torri gemelle di New York; i
grattacieli che crollano seppellendo migliaia di innocenti.
Un atto di barbaro terrorismo. E' un'immagine che non dimenticheremo, che non
dobbiamo dimenticare. Ma non deve diventare il nostro incubo; ci deve tener
sempre vigili nel difendere la civiltà. Quel drammatico 11 settembre -
l'aggressione crudele a un Paese amico, gli Stati Uniti d'America, dove vivono
milioni di Italiani o discendenti di Italiani che hanno contribuito a farlo
grande col loro lavoro - ha riportato di colpo al nostro orizzonte lo spettro
della guerra.
Nell'animo di un uomo della mia generazione, la parola guerra fa riaffiorare,
molti ricordi. A cominciare dall'estate del 1939: lo scoppio della seconda
guerra mondiale. Vissi quell'estate, insieme con giovani di tanti Paesi
d'Europa, all'università di Bonn in Germania. Studiavamo il tedesco. A me
doveva servire - avevo diciannove anni - per approfondire la conoscenza della
filologia classica, la disciplina che avevo scelto. La mattina, giovani
coetanei, francesi, italiani, belgi, inglesi, frequentavamo l'Università. Nel
pomeriggio ci si ritrovava sulle rive del Reno, anche con amici tedeschi.
Parlavamo, con un misto di incredulità e di turbamento, con la spensieratezza
dei vent'anni, della tempesta che stava per scoppiare sulle nostre teste, che
avrebbe potuto portarci a combattere gli uni contro gli altri. E accadde
l'irreparabile. Coloro che ebbero la fortuna di sopravvivere - e non
dimenticheremo mai i volti dei compagni caduti nella giovinezza - fecero nei
loro cuori un giuramento: mai più guerre tra noi. Nei nostri animi si accese
una passione che non si è più spenta. E' la passione che ha generato l'Unione
Europea.
Alla base del suo successo sta il principio che ispirò la prima creazione
comunitaria, la Comunità del Carbone e dell'Acciaio: mettere in comune,
anziché spartire. Allora furono messi in comune il carbone e l'acciaio: ora,
con l'euro, la moneta. Si rinuncia a parti di sovranità nazionale, per
acquisire insieme una nuova sovranità, la capacità di governare insieme il
nostro destino comune. Fatto l'euro, l'integrazione europea andrà avanti.
Integrazione, a qual fine? Per contare di più. Le vicende che viviamo ci dicono
che nel mondo c'è più bisogno d'Europa. L'Europa unita è già oggi, ma deve
diventare ancor più in avvenire, una grande forza di pace, per sé e per tutti
i popoli. Per esserlo, l'Unione Europea deve trasformarsi in un soggetto
politico unitario. Deve poter parlare con una sola voce sui grandi problemi.
Deve operare per la crescita di un sistema di istituzioni di governo mondiale.
In questi ultimi anni Europei, Americani, Russi abbiamo lavorato insieme nei
Balcani, dove odi insensati avevano fatto esplodere conflitti, creando una
minaccia gravissima per tutti. C'erano stati massacri, deportazioni di interi
popoli. Per porre fine a quelle tragedie, per proteggere i perseguitati, per
permettere loro di ritornare alle loro case, non esitammo a impiegare le nostre
Forze Armate. Non c'era altra scelta.
Possiamo essere orgogliosi di ciò che hanno fatto e fanno, in Albania, in
Bosnia, nel Kosovo, in Macedonia, in Eritrea, i nostri ragazzi in uniforme, e i
nostri volontari civili, impegnati in opere a favore dei profughi, dei più
deboli. Siamo orgogliosi dello spirito con cui gli uni e gli altri hanno svolto
e svolgono il loro compito, riuscendo a farsi stimare perché sono portatori di
pace. Lo sono anche le unità ora destinate all'Afghanistan, impegnate nel
quadro di una missione internazionale in un compito difficile, ma necessario:
aiutare a ricostruire uno Stato nella legalità. A tutti i nostri militari e
volontari nel mondo va il mio fervido augurio.
Oggi, dopo l'11 settembre, non dobbiamo esitare a combattere un nemico
particolarmente insidioso, una rete terroristica internazionale, ispirata da un
fanatismo irrazionale. Questa lotta non giungerà al pieno successo, se affidata
soltanto alle armi. E' necessario il sostegno concorde dei popoli. Essi chiedono
una maggiore giustizia, per ridurre le enormi disuguaglianze che caratterizzano
la società moderna. Il progresso, la cosiddetta globalizzazione, hanno
avvicinato l'umanità, nel tempo e nello spazio. Il confronto fra le condizioni
di vita dei popoli ricchi, e di quelli privi dei beni essenziali per la
sopravvivenza, si è fatto intollerabile. Se guardiamo la Terra dallo spazio,
con i nostri astronauti, ci sentiamo padroni del mondo. Ma la televisione ci
porta ogni giorno immagini, che ci sconvolgono, di guerra, di fame, di malattie.
E' necessario mobilitare tutte le nostre risorse per eliminare la miseria, fonte
di disperazione, terreno di coltura della violenza; così come per salvaguardare
l'ambiente, nell'interesse dell'intero genere umano. Oggi abbiamo i mezzi per
farlo, dobbiamo e possiamo farlo. L'Europa propone al mondo il principio del
dialogo: a cominciare da quello col mondo islamico, che ci è così vicino,
sull'altra sponda del Mediterraneo. E' necessario per il bene comune che si
parlino, in spirito di amicizia e di tolleranza reciproca, tutte le nazioni
della terra. Nel Medio Oriente, vi è una disperata necessità di dialogo fra
Israele e l'Autorità Nazionale Palestinese: senza dialogo, come si può sperare
di porre fine alla cieca spirale di sangue che lascia i popoli senza un futuro?
Toccano i nostri cuori le parole che il Papa rivolge all'umanità. Egli ha
invitato tutti "a mobilitare le migliori energie, perché l'amore prevalga
sull'odio, la pace sulla guerra, la verità sulla menzogna, il perdono sulla
vendetta". Al Santo Padre invio il mio saluto grato e augurale per il nuovo
anno. Insieme con lui respingiamo ogni idea di una guerra di religione. Una
siffatta guerra non c'è e non ci sarà; ripugna alle nostre coscienze,
contraddice il fondamentale principio che è il rispetto dei diritti di ogni
essere umano.
Vengo all'Italia. L'amore della libertà, la volontà di dialogo, sono i
principi ai quali si ispira l'idea di Stato che i padri della nostra Repubblica
hanno disegnato quando hanno scritto insieme, pur divisi com'erano da dissensi
politici, il testo della nostra Costituzione. La loro ispirazione veniva da
lontano, dalla nostra identità di popolo, come l'avevano costruita secoli e
millenni di una grande storia, che ha visto sempre l'Italia all'avanguardia
della civiltà. Nei due anni e mezzo trascorsi dalla mia elezione ho compiuto un
primo viaggio in Italia. Ne ho visitato oramai quasi tutte le regioni.
Continuerò, di Provincia in Provincia. E' un viaggio bellissimo: ne traggo
vigore, fiducia, orgoglio sempre più forte di essere italiano. Ovunque avverto,
nella ricchezza delle diversità delle nostre contrade, quel "sapore
d'Italia" che viaggiatori del presente e del passato hanno sempre
avvertito, che è natura, arte, lingua, cultura, modo di vita. Le radici
dell'italianità sono antiche. E' antica la nostra nazione. Ma le origini del
nostro Stato sono assai più vicine. Risalgono all'inizio dell'Ottocento,
allorché uno stuolo di uomini di pensiero, poeti, letterati, filosofi,
economisti, mossi da un grande amore per l'Italia, animati da un profondo senso
etico, da alti ideali e principi, diventarono anche uomini d'azione, e uomini di
stato. Quel movimento si pose chiari obiettivi: libertà; unità; indipendenza
della Patria, dell'Italia. Si diffuse e fu vissuto con intensa passione civile.
Si nutrì della consapevolezza delle radici profonde della nostra storia, della
nostra civiltà. Non a caso fu chiamato Risorgimento. L'Inno di Mameli divenne
l'inno della nazione italiana, l'inno del risveglio di un popolo.
I grandi del Risorgimento non fecero sogni di conquista. Sognarono l'unità e
la libertà d'Italia, e l'indipendenza di tutti i popoli. Vi è continuità fra
gli ideali del Risorgimento e la Costituzione Repubblicana, che l'Italia si è
data dopo avere riconquistato la libertà con la Resistenza. Così come vi è
continuità con la costruzione di un'Unione Europea che sia una Federazione di
Stati-Nazione.
Sono imprese grandi. Con esse noi, eredi dei padri fondatori dell'Italia e
dell'Europa, dobbiamo confrontarci. L'Italia è sempre stata ed intende rimanere
all'avanguardia nell'integrazione europea. Non possiamo sfuggire alle sfide che
la storia del Ventunesimo Secolo ci propone. Per preparare le nuove generazioni
ad affrontarle bene, accanto alla famiglia, che è l'istituzione base della
nostra società, deve operare una scuola capace di svolgere, con rinnovato
impegno, il suo ruolo insostituibile di servizio pubblico: una scuola volta a
formare i giovani, a prepararli ad assolvere responsabilmente i loro compiti di
cittadini, e a favorire il loro inserimento, operoso e creativo, in una società
che cambia ed avanza con tempi sempre più rapidi.
Ci guidano alcuni principi, che uniscono gli Italiani, al di là delle
diversità d'idee politiche. Siamo una democrazia parlamentare. Chi ha avuto la
maggioranza, abbia modo, governando, di dimostrare quanto vale, quanto sa fare
per il progresso del nostro popolo. Chi è minoranza eserciti con impegno e
responsabilità il compito indispensabile dell'opposizione: di controllo, di
critica, di proposta. Il dialogo fra le due parti, per essere costruttivo,
presuppone che nella maggioranza la disponibilità all'ascolto, attento e
aperto, della voce dell'opposizione, prevalga sulla tentazione di affidarsi
sbrigativamente al rapporto di forza parlamentare; e che nell'opposizione la
consapevolezza del diritto del Governo di portare avanti il proprio programma
prevalga sulla tentazione del ricorso sistematico all'ostruzionismo. Una
democrazia funziona bene se ciascuna istituzione esercita il proprio compito
rispettando i limiti delle proprie competenze. La separazione dei poteri, il
giudizio della Corte costituzionale sulla costituzionalità delle leggi, la
soggezione dei giudici esclusivamente alla legge, la neutralità e
l'imparzialità delle Pubbliche Amministrazioni, garantiscono la libertà di
tutti i cittadini. Il passaggio di funzioni dal governo centrale alle autorità
di governo regionali e locali avvicina le istituzioni ai cittadini, valorizzando
le autonomie. Questo passaggio deve avvenire razionalmente, al fine di
rafforzare, non indebolire, l'unità nazionale. La Repubblica è una e
indivisibile. Nel nostro ordinamento, il Presidente della Repubblica non ha, fra
i suoi compiti, quello di governare. Egli rappresenta l'unità nazionale; vigila
ed opera perché siano rispettati i principi costituzionali; ha il
diritto-dovere di consigliare. Avverto tutta la responsabilità di
rappresentarvi. Come guida, ho la Costituzione; le nostre tradizioni
democratiche; il giuramento prestato dinanzi ai rappresentanti eletti della
Nazione; la mia coscienza.
Cari Italiani, care Italiane,
gli innumerevoli incontri che ho avuto con voi, in Italia e all'estero, mi
danno fiducia, anche in un momento per tanti aspetti difficile per tutti. Ho
fiducia nell'Italia. Ho fiducia nel popolo italiano. Ho fiducia nelle
istituzioni che ci siamo liberamente date. E ho fiducia nell'Europa, la nostra
nuova Patria più grande, che stiamo costruendo. Ai giovani rivolgo un augurio:
continuate a sognare, a guardare lontano. E' un'abitudine che, dopo 81 anni, non
ho ancora perduto. Se siete convinti di avere un'idea giusta, per migliorare il
mondo in cui vivete, perseguitene la realizzazione, con tenacia, sempre nel
rispetto delle libertà di tutti. Tanti nostri sogni impossibili si sono
avverati. Così sarà dei vostri. A voi tutti, ovunque vi troviate, in Italia o
nel mondo, auguro di nuovo, con tutto il cuore - e all'augurio si unisce mia
moglie - un buon 2002.
Roma, 31 dicembre 2001
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